La rivoluzione meccanica

Nella casa contemporanea, dove sempre più impera la contaminazione eclettica è in atto un’invasione di artefatti vintage realizzati tra il 1890 e il 1980 (ma alcuni sono fabbricati tuttora) in cui è evidente l’impronta della metallurgia, della meccanica di base, in cui si leggono, esibiti con orgoglio manifatturiero i segni di torni e fresatrici, di trapani e saldatrici, e pure i colori di verniciature sbiaditi dall’età. Si tratta di una tendenza estetica etichettata come Industrial Style che è forte soprattutto in Francia, negli Stati Uniti e nella Mitteleuropa. Ma che cos’è, in che cosa consiste questo fenomeno? Su tratta di un vasto e ancora poco esplorato universo progettuale e produttivo apparentemente senza eroi e senza insegne, la cui storia corre parallelamente a quella del design. Sedie, tavoli, tavoli da disegno, sgabelli, scrivanie, lampade mobiletti per attrezzeria, armadietti di fabbrica, scaffali, perfino lamiere e giocattoli: oggetti creati in serie per comunità, per le navi, per gli stabilimenti industriali, per i luoghi di lavoro. Poveri, ruvidi, “antigraziosi”, eppure ingegnosi ed ergonomici. Frutto di un design ricercato seppur primitivo, ingegneristico prima che estetico, nell’istante in cui si sono riscoperti si sono subito guadagnati lo statuto di oggetti di lusso: per questo si parla di Industrial Chic e non solo di Industrial Style. La ricerca che ha avuto antesignani nobili in Terence Conran e Andree Putman, ed è entrata nel vivo negli anni ’90 grazie a geniali robivecchi sui generis quali Gilles Oudin, Bernard Mouiren, Laurent Ardonceau e Jerome Lepert, ci ha fatto “rintracciare” personaggi di genio.

Author: Webmaster

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